Anch’io, così come Giovanni Lombardo, sono rimasto allibito di fronte alle reazioni con cui due lettori della rubrica «Uomini e Dei» hanno inteso replicare all’articolo, certamente opinabile nei contenuti ma assolutamente pacato nei toni, di Franco D’Amico, intitolato: «Feste patronali, perché?». Con le opinioni altrui, difatti, bisognerebbe interloquire e, anche nel caso di un chiaro dissenso, cercare di contro-argomentare ricorrendo all’articolazione di un pensiero. Ora, ambedue i commenti apparsi in calce all’articolo sono tutto fuorché l’esposizione ragionata di un’opinione: eppure, sino a prova contraria, il dibattito su un organo d’informazione dovrebbe essere condotto attenendosi a questo principio elementare. Purtroppo, però, siamo sempre meno avvezzi al confronto che, a rigor di logica, dovrebbe svolgersi a partire dalle argomentazioni portate a suffragio della tesi che si intende sostenere: al contrario, non di rado capita di imbattersi in quelli che sono improperi, sproloqui e non certo riflessioni. Due sono, a mio avviso, le ragioni principali che stanno alla base di questa scarsa attitudine al dialogo. La prima di esse ha a che vedere con la natura del tema, senza alcun dubbio delicato ed estremamente esposto alle intemperanze verbali: ogni volta che si tocca il tasto religioso, infatti, è tutt’altro che inconsueto assistere a reazioni di questo tenore. Degli aspetti legati alla fede ed alle istituzioni che, in un certo qual modo, la veicolano, dovremmo invece imparare a disquisire con pacatezza ed equanimità: cosa non facile, ma doverosa. Se poniamo la dovuta attenzione al fatto che il futuro delle società globalizzate è quello dell’interculturalità e del pluralismo religioso, risulta evidente che non abbiamo alternative: dobbiamo imparare che anche la sensibilità religiosa, la quale va comunque rispettata in tutte le sue espressioni, è argomento di dialogo e, va da sé, di dissenso: imparare ad esprimerlo con i toni adeguati è il compito che ci attende, se intendiamo evitare l’inutile invettiva e la polemica sterile.
La seconda ragione che, a mio giudizio, mina alla base ogni tentativo di dialogo e di raffronto pacato è invece relativa ad un pessimo costume ormai invalso nella nostra – cattiva – convivenza sociale: anche sui mezzi d’informazione, infatti, è tutt’altro che inconsueto assistere a scambi d’opinione, se così vogliamo chiamarli, che non si attengono alle regole basilari del rispetto reciproco. A dispetto della mia non certo veneranda età (ho appena compiuto trentasei anni), ricordo che era buona norma, quand’ero adolescente prima e ragazzo poi, non rivolgermi a sconosciuti con tono arrogante e con espressioni irrispettose. Mai e poi mai mi sarei sognato di replicare ad uno dei miei docenti, o all’operatore scolastico che ogni giorno mi consentiva di fruire di aule scolastiche pulite, dicendogli che quanto sosteneva fosse nient’altro che «un mare di sciocchezze». Al mio insegnante, quando intendevo esprimere un dissenso, dovevo portare argomenti, e di quelli validi. È quest’abitudine alla chiarezza e all’eleganza, nella forma come nei contenuti di un’opinione espressa, che abbiamo da tempo smarrita: sarebbe assai opportuno che, confrontandoci in modo anche serrato ma rispettoso, la riacquistassimo.
Alessandro Esposito (Pastore valdese presso la chiesa di Trapani e Marsala)