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25 maggio 2012 | 04:23 - 13479 visitatori

Sabato 04 Febbraio 2012 07:52

Le tentazioni di Gesù nell’evangelo di Marco

Immediatamente lo Spirito lo sospinse nel deserto, e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato dal satana, e stava con le bestie e gli angeli lo servivano.” (Mc 1,12-13)

Sono versetti brevi ma densi quelli con i quali Marco ci presenta le immediate conseguenze del battesimo di Gesù nel Giordano. L’impegno da questi assunto di essere fedele al Padre fino al dono totale di sé ha avuto come risposta da parte di Dio la comunicazione del suo Spirito, ossia di tutta la sua forza d’amore (Mc 1,9). Ed è questo Amore a sospingere Gesù verso un luogo deserto, dove, nella solitudine e nel silenzio, poter star solo con il Padre. E’ il bisogno di fare il vuoto dentro di sé, per poter lasciare andare ogni cosa, e lasciar essere Dio. E’ la ricerca di raccoglimento, che tradisce una lotta interiore. Gesù frequenta i deserti per imparare ad abbandonare. Egli abbandona le immagini di come dovrebbe comportarsi il messia, di come dovrebbe essere il Regno, di come un uomo dovrebbe trattare una donna, di come le donne meritano di essere trattate. L’importanza del deserto, come luogo di svuotamento di sé e di incontro intimo e profondo col Padre è sottolineata dalla ripetizione del termine, ma il deserto di Marco è anche un luogo teologico, col quale l’evangelista intende trasmettere una verità. Come Dio aveva condotto il popolo d’Israele nel deserto dopo il passaggio del mar Rosso, ora è lo Spirito, che Gesù ha ricevuto nel battesimo, a condurlo nel luogo che nella tradizione d’Israele era quello della prova alla quale Dio aveva sottomesso il suo popolo: “Ricordati di tutto il cammino che Yahvé tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.” (Dt 8,2.16).
Il deserto richiama il luogo dove il popolo di Israele, liberato dalla schiavitù egiziana, soggiornò per 40 anni prima di entrare nella terra promessa. Nella tradizione biblica la cifra quaranta assume il valore di prova. Nel deserto, scrive l’evangelista, Gesù rimase 40 giorni. I numeri nella Bibbia, nell’evangelo, hanno sempre un significato figurato, mai aritmetico. 40 indica una generazione. L’evangelista non ci sta presentando soltanto un periodo della vita di Gesù, ma Marco ci sta anche dicendo che tutta la vita di Gesù fu sottoposta alle tentazioni. Tutta la vita di Gesù, è questo che l’evangelista vuole dire, sarà in un deserto, sarà cioè un cammino di liberazione nell’esodo (Mc 1,3).
 
Tutti e tre i vangeli sinottici riportano l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto, episodio emblematico del quale l’evangelista Marco, a differenza di Matteo e Luca, è l’unico a fornire una narrazione sobria, così come è egli l’unico a non adoperare mai il termine greco “diavolo” ma sempre la designazione ebraica “satana”. Tratto dall’ambiente giuridico ebraico, satana è un termine col quale si indica la funzione del pubblico ministero, colui che in tribunale, si pone alla destra dell’accusato e denuncia tutte le sue colpe. Il satàn (sempre con l’articolo) non è quindi un nome proprio di un essere, ma un’attività che viene esercitata, un titolo o una funzione (come l’accusatore: cfr. i libri di Giobbe e Zaccaria). Oltre a quello di accusatore in corte penale, e di funzionario della corte divina, “satana” assume il significato generale di avversario militare/politico, significato col quale compare anche nell’AT, dove non viene mai considerato come un principio cattivo nemico di Dio.
 

Nel NT si dichiarerà apertamente che il ruolo del satana è definitivamente terminato. Quando i settantadue discepoli tornano dalla loro missione, Gesù dice loro: “Io vedevo il satana cadere dal cielo come folgore,” (Lc 10,18). La buona notizia di Gesù è che Dio rivolge il suo amore a tutti quanti. Il ruolo del satana, l’accusatore, è dunque finito.


A differenza di Matteo e Luca nei loro brani paralleli della tentazione, Marco non riferisce la vittoria di Gesù sul satana (Mt 4,10-11; Lc 4,12-13) ma sottolinea che le tentazioni accompagneranno l’intero suo cammino. La vittoria di Gesù verrà fatta conoscere solo lungo l’evangelo, come in Mc 8,33, ma soprattutto nel Getsemani (Mc 14, 32-39), quando la sua preghiera al Padre iniziò esprimendo l’intenso desiderio che il calice gli fosse risparmiato e finì con la decisione di lasciar svuotare a tal punto la propria volontà da diventare una cosa sola con la volontà divina.
 
La tentazione che patisce Gesù riguarda un messianismo di potere: è quella di essere un messia figlio di Davide (Mc 12,35-37) che come il re Davide adoperi la forza e la violenza per inaugurare il regno di Dio. (Mc 1,24. 34-37; 3,11; 8,11.33; 15,29-32).
Il satana è per l’evangelista figura di tutti coloro che tenteranno Gesù per distoglierlo dal proposito espresso nel battesimo di fedeltà al progetto di Dio. Lungo l’evangelo, appariranno chiaramente chi saranno questi tentatori di Gesù. Costoro vengono individuati dall’evangelista in quanti esercitano il potere (Mc 10,42): negli scribi (Mc 2,6-7), nei farisei (Mc 2,16; 8,11;12,15) e negli erodiani (Mc 3,6), rappresentanti del potere religioso, spirituale e civile. Il satana in questo Vangelo – e ricomparirà nel capitolo 4 nella parabola del seminatore – è pertanto il potere. Quanti aderiscono al potere sono refrattari a un messaggio che vedono come una minaccia ai propri interessi e al proprio prestigio. Mentre tutto il messaggio di Gesù è orientato a un Dio a servizio degli uomini (“Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” Mc 10,45), il satana che impedisce l’accoglienza del messaggio è al contrario lo spirito impuro del potere e del dominio, che veniva appunto esercitato dalle tre categorie degli scribi, farisei ed erodiani. Se la liberazione dagli spiriti impuri e la cacciata dei demòni avviene per la forza del messaggio di Gesù, coloro che sono completamente refrattari a questo messaggio rimangono definitivamente nella loro condizione di indemoniati e posseduti. L’evangelista mette in guardia tutti coloro che detengono il potere, tutti coloro che ambiscono al potere e soprattutto quelli che sono sottomessi al potere.
In quest’evangelo il satana sarà proprio uno dei suoi discepoli, Pietro, il quale non accetta un messia sconfitto, e al quale Gesù gli si rivolgerà pertanto con le parole terribili: “Torna a metterti dietro di me, satana.” (Mc 8,32-33).
Solo Marco riferisce della presenza delle bestie nel deserto della tentazione, immagini degli imperi, che con la forza dominano, sottomettono il popolo: Gesù tutta la sua vita combatterà sempre con le bestie, con coloro che vogliono farlo re, con il re Erode che cerca di togliergli la vita, con il potere civile che vede in lui un pericolo.
L’evangelista conclude l’ episodio delle tentazioni scrivendo che degli angeli servivano Gesù nel deserto. Il primo angelo comparso nell’evangelo di Marco viene identificato con Giovanni il Battista: “Ecco, io mando il mio messaggero” (ànghelon, Mc 1,2). Angelo non significa altro che ‘messaggero, inviato da Dio con una missione’.
Questi angeli sono angeli in carne e ossa, figure di quanti aiuteranno Gesù nel suo servizio (Mc 10,45). Di fatto la stessa attività (il servizio), attribuita all’inizio dell’evangelo agli angeli, viene alla fine detta delle donne che accompagnano Gesù: “C’erano anche alcune donne... che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea” (Mc 15,40-41; Mc 1,31).                                                                                                                          
Le donne, ritenute gli esseri più lontani da Dio, in realtà per l’evangelista sono i più vicini, svolgono la stessa funzione degli angeli, quella di servire il Signore.


Violairis - 3 feb 2012 - www.chiesavaldesetrapani.com

 

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